Dopo un paio di anni di assenza, torna quest’anno a Novi la Festa dell’Unità, in occasione dell’ottantesimo anniversario di questa manifestazione. Novi un tempo era la città della Provincia in cui veniva organizzata la festa più grande. Nella memoria dei novesi, sia quelli simpatizzanti della sinistra che di tutti, è rimasto nella memoria quello che era uno degli eventi più attesi e frequentati dell’estate, con quasi due settimane di ballo, buon cibo, dibattiti, frittelle e molto altro. 

L’ultima edizione della “festa grande”, allo stadio, risale all’estate del 2019, in un momento molto delicato per il Partito Democratico, in quanto immediatamente successiva alla storica sconfitta elettorale nelle elezioni amministrative. 

Poi, è arrivato il Covid che ha spento, per due anni, la festa. Ma soprattutto, nel 2020 è mancato Giacinto Smacchia, da decenni organizzatore della festa novese e non solo.
Negli anni scorsi è stata comunque organizzata, ai giardini pubblici. Quest’anno la festa ritorna, ma non più all’aperto: per scongiurare rischi climatici il Pd ha deciso di affittare il centro fieristico “dolci terre di Novi”, in viale dei campionissimi. La data si avvicina: la festa avrà luogo dal 3 al 5 ottobre. Per saperne di più della festa abbiamo intervistato il segretario cittadino del Pd, Daniele Mascia

Festa dell’Unità, Mascia: non solo un ritorno al passato, ma un nuovo modo di fare comunità

Quanto conta, per il Pd locale, mantenere viva la tradizione della Festa dell’Unità?

«Per noi è fondamentale. La Festa dell’Unità, a Novi, ha rappresentato e rappresenta molto più di un appuntamento politico: è stata per decenni un luogo di incontro, di confronto e di comunità aperto a tutti, anche a chi non si riconosceva direttamente nella nostra linea politica. Quando mi sono presentato come candidato segretario, ho indicato tra le priorità proprio quella di trovare forme nuove per rendere sostenibile e continuativa questa esperienza».

Quindi, via con il ritorno al passato? 

«È chiaro che quella di quest’anno non sarà la “tradizionale” Festa dell’Unità: i tempi sono cambiati, così come il modo di vivere delle persone, soprattutto dopo la pandemia. Ma ciò che non cambia è la necessità di ritrovarsi, discutere e fare comunità. Comunque resteranno i punti forti della festa, a partire dal ristorante».

Avete pensato a un tema centrale o a un filo conduttore per questa edizione? Quali saranno le novità principali?

«Il tema è già racchiuso nel nome: quest’anno abbiamo scelto di chiamarla Festa della ComUnità. Un nome che conserva la vocazione politica della Festa dell’Unità, ma che al tempo stesso sottolinea la volontà di aprirci a tutta la cittadinanza attiva. Non solo un evento di partito, quindi, ma un’occasione per coinvolgere chiunque abbia a cuore il futuro della nostra città».

Che significato politico assume la Festa dell’Unità a Novi Ligure?

«Ha un significato forte: non vogliamo parlare a noi stessi, ma aprirci. Stiamo preparando una dozzina di tavoli tematici – dei veri e propri workshop – che vedranno protagoniste associazioni, enti e cittadini. Saranno momenti non di propaganda, ma di ascolto e di confronto, anche critico, purché costruttivo. Non sarà una “sagra di piazza” nel senso classico, ma un laboratorio politico e sociale in grado di dare spunti concreti a chi governa e vive il territorio».

Il Pd novese come intende rafforzare il dialogo con la città, in particolare con i giovani e con chi parteciperà per la prima volta?

«Abbiamo un passato importante, ma il nostro compito non è rimpiangerlo: dobbiamo guardare avanti. Per questo stiamo lavorando molto con i giovani, insieme alla giovanile del partito, provando a costruire un approccio nuovo alla politica: più leggero nei toni, ma capace di far capire quanto la politica sia decisiva per il futuro di ciascuno.

Mi ha commosso, ad esempio, il messaggio di un compagno, Mario, che dopo anni passati dietro la griglia ha deciso di prendersi ferie pur di tornare a dare una mano. Allo stesso modo tante ragazze e ragazzi si sono messi a disposizione per la prima volta: questo ci fa ben sperare, perché significa che la Festa diventa un ponte tra generazioni».

Ci saranno ospiti politici di rilievo a livello provinciale, regionale o nazionale?

«Stiamo lavorando per avere presenze significative a tutti i livelli. Non saranno semplici “passerelle politiche”: ogni ospite avrà un ruolo preciso nei dibattiti. Posso anticipare che avremo figure come Pierluigi Bersani, l’onorevole Federico Fornaro e Domenico Ravetti, oltre a intellettuali e personalità come Domenico Quirico. L’obiettivo non è collezionare nomi, ma arricchire il confronto con voci autorevoli».

Quanto è difficile organizzare un evento così complesso, in termini di volontari e risorse?

«È difficilissimo. Richiede tempo, energie, e una grande capacità di coordinamento. Per questo ho chiesto subito aiuto ai compagni e alle compagne con più esperienza, e abbiamo creato gruppi di lavoro: c’è chi si occupa della cucina, chi della logistica, chi dell’intrattenimento e chi dei dibattiti.

Le differenze di età, sensibilità e carattere si fanno sentire, ma in realtà sono una ricchezza: l’organizzazione stessa diventa un momento di comunità, prima ancora che la festa inizi».

Pensi che la Festa dell’Unità possa contribuire a creare comunità e senso di appartenenza, al di là dell’aspetto politico?

«Io credo che politica e comunità siano inscindibili. Ma sì, l’obiettivo è proprio questo: riavvicinare le persone, anche attraverso il linguaggio e i momenti condivisi. Novi ha una tradizione civica e politica molto forte, basta guardare al numero di liste e candidati alle ultime elezioni. La Festa vuole essere un luogo dove la cittadinanza si riconosce, discute e ritrova un senso di appartenenza».

Guardando al futuro, che contributo può dare la Festa dell’Unità al rilancio del centrosinistra in città?

«Più che di “rilancio”, parlerei di consolidamento e crescita. A Novi il centrosinistra è vivo, con idee e persone competenti. Forse, se abbiamo un limite, è quello di chiedere troppo spesso enormi competenze ai nostri iscritti e simpatizzanti, mentre altrove bastano logiche di potere molto più povere. La Festa dell’Unità può essere un momento essenziale per intrecciare relazioni, fare nascere nuove idee e rafforzare un tessuto politico e sociale progressista che già esiste e che deve continuare a crescere».

Quanto pesa l’assenza di Giacinto Smacchia, che per decenni è stato il motore organizzativo delle grandi feste novesi?

«Parlare della Festa dell’Unità a Novi significa inevitabilmente parlare di Giacinto. Ho tantissimi ricordi con lui, sia nelle discussioni serie sia nei momenti più leggeri: quando mi chiedeva di cambiare musica mentre rideva sotto i baffi, o quando ridacchiava dei miei annunci al microfono.
Ma al di là degli aneddoti, Giacinto era il cuore organizzativo: iniziava a lavorare alla festa con mesi di anticipo, aveva in testa ogni dettaglio, dalle quantità di cibo alle idee per innovare. La sua assenza pesa moltissimo, ma sono certo che, vedendo l’impegno di quest’anno, avrebbe magari brontolato un po’ – come faceva sempre – ma poi sarebbe stato lì, in prima fila, a darci una mano».


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